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Calcio

Nicoletta Prandi: «Finalmente il calcio femminile sta crescendo. A Balerna ho trovato una seconda famiglia»

Qualcuno nel mondo pensa ancora che il Calcio sia roba solo per uomini duri, tralasciando invece la netta crescita del movimento femminile. Quest’oggi, grazie alla collaborazione di allascopertadelcalciofemminile.ch, abbiamo avuto il piacere di intervistare Nicoletta Prandi del Balerna.

Iniziamo a conoscerti meglio, da quanto tempo giochi a calcio, in quale ruolo giochi e in quale ruolo hai giocato?

Ho iniziato a giocare a calcio 26 anni fa, all’età di 5 anni. Bella domanda… ho giocato in diversi ruoli, a dipendenza delle necessità e dell’allenatore. Posso dire che stare al centro del gioco è ciò che più mi piace e quindi il ruolo che prediligo è il centrocampista o trequartista.

Cosa significa per te questo sport?

Una costante nella vita. Giocare mi ha sempre dato un senso di sicurezza ma anche di dipendenza. Ma è stata soprattutto una scuola di vita che mi ha insegnato dei valori importanti, sui quali tutt’ora faccio affidamento.

Come si è evoluta la tua passione per il calcio da 26 anni fa ad adesso?

Quando sei piccola o adolescente, l’entusiasmo è tanto, si guarda al calcio con occhi sognanti e si è disposte a tutto. I cosiddetti sacrifici non vengono visti come tali anzi, ci si vuole allenare 4/5 volte a settimana e giocare tutti i weekend. Chiaramente poi con il passare degli anni arrivano altre priorità, esigenze e impegni che fanno passare il calcio in secondo piano. Inoltre fino a poco tempo fa non si poteva pensare di fare del calcio la propria vita o meglio, non si poteva pensare di viverci. Oggi invece il calcio femminile si è evoluto molto, soprattutto grazie ai media e allo spazio che gli vien dato dagli stessi, dando la possibilità alle più giovani di sognare in grande.

I tuoi genitori ti hanno sempre appoggiata?

Si, e come dico sempre, tutte le emozioni che ho potuto provare e le bellissime esperienze che sono riuscita a vivere sono anche grazie a loro. Infatti è cosa nota, soprattutto ai tempi in cui ho iniziato, che non tutti i genitori, accettino che la propria figlia femmina faccia uno sport considerato maschile ed io in questo mi sono sempre sentita molto privilegiata. Loro, non solo mi hanno lasciata giocare ma mi hanno sempre supportato e sopportato in tutti questi anni. Non si sono mai persi una partita, mio padre mi segue anche nelle trasferte e mia madre finché ha potuto farlo, lo ha fatto. Sono i miei primi tifosi.

C’è ancora molta discriminazione verso il calcio femminile?

Anche sotto questo aspetto il calcio femminile ha avuto una bella evoluzione. Credo che finalmente la gente si sia resa conto che il modo differente di interpretare il calcio di uomini e donne, non presupponga che uno sia inferiore all’altro, ma è semplicemente qualcosa di diverso. Il record di pubblico e di spettatori degli ultimi mondiali femminili ne è la prova. Un ulteriore passo in avanti è stato fatto grazie a squadre maschili di rilievo come Juventus e Milan che hanno creduto nelle loro compagini femminili investendo capitali significativi e dandone risalto. Questo ha permesso alle giocatrici di diventare professioniste e dedicarsi a tempo pieno allo sport. Cosa che già avviene anche in diverse altre nazioni. La Svizzera per contro è rimasta indietro. Un divario importante rimane comunque a livello salariale ma è ancora un altro tema.

Tu hai giocato sia in Ticino che in svizzera interna, quali sono le differenze?

Quella a Zurigo è stata un’esperienza speciale e mi ha arricchito molto, soprattutto a livello personale. Ho anche avuto modo di far cadere un pensiero che mi ha accompagnato per tutta la carriera, ovvero che in svizzera tedesca fosse tutto più serio e se così si può dire, più noioso. Invece ho trovato un ambiente molto più rilassato e informale dove durante gli allenamenti c’era spazio anche per ridere e scherzare. In realtà a Zurigo, calcisticamente, mi divertivo di più di quanto lo facessi in Ticino e le due ore di allenamento volavano via veloci. Negli ultimi anni a Lugano sembrava ormai che il silenzio, fosse sinonimo di professionalità. Ora so che non è cosi. Un’altra discrepanza la si trova sicuramente nell’organizzazione. A Zurigo si era organizzati in gruppi di lavoro, dove settimanalmente vi era il Gruppo responsabile del materiale per esempio. Questo evitava che non fossero sempre le solite persone a doversi occupare di tutto, creando così malumori. Ognuna era parte attiva della squadra. Per il resto da giocatrice dovevo solo preoccuparmi di allenarmi e scendere in campo. Gli orari di ritrovo e partenza per le partite ci venivano comunicati in largo anticipo, quasi due settimane prima e il materiale ci veniva consegnato al primo allenamento ed inoltre lavato dopo ogni sessione.

In tutti questi anni che hai giocato hai conosciuto qualcuno che attualmente gioca a livello semiprofessionista/professionista?

Si, ho avuto il piacere di giocare con giocatrici davvero forti che oggi militano in campionati femminili di rilievo e fanno parte delle rispettive squadre nazionali. Sicuramente è molto bello vedere la strada che hanno fatto Cecilia Salvai (difensore della Juventus e della nazionale italiana) e Valentina Bergamaschi (attaccante del Milan e della nazionale italiana) con le quali ho condiviso un pezzo di strada a Lugano. In particolar modo Valentina è arrivata che era una ragazzina che correva sulla fascia, senza che nessuna la potesse prendere. Poi l’ho vista crescere, migliorare tecnicamente, tatticamente e diventare grande. Sono molto fiera della strada che ha fatto.

Attualmente sei a Balerna, raccontaci di questa squadra

A Balerna ho ritrovato tutte le persone con le quali avevo già condiviso pezzi del mio cammino. Ma soprattutto ho ritrovato le mie amiche e le mie avversarie storiche che sono diventate anche loro, a loro volta amiche. Sono delle persone speciali. A Balerna c’è un ambiente genuino, sano e insieme ci divertiamo molto. Siamo una famiglia che purtroppo condivide un dolore grande, la perdita di Cora Canetta. Non nego che la scelta di andare a Balerna sia dovuta anche a lei. Mi ricordo uno degli ultimi messaggi che ci scambiammo dove le dissi che saremmo tornate a giocare assieme. Poi ci ha lasciate e tutto mi sembrava non avesse più senso. Se penso alla mia storia calcistica d’altronde non posso non pensare a lei. Abbiamo condiviso 22 anni di calcio e tantissimi momenti al di fuori del rettangolo verde. Ora non ci rimane che vincere qualcosa per lei, per colmare, anche se di poco, quel vuoto che ha lasciato in tutte noi.

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